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E SE I LAVORATORI PRENDESSERO IL POSTO DEI SINDACATI?

Mi riferisco alla lettere al Direttore del prof. Pietro Ichino apparsa 5.08 sul Corriere della sera dal titolo: Innse, i riti stanchi e gli operai traditi. Così come cerco di leggere tutti i suoi articoli ho bene  in mente il famoso libro: A cosa servono i sindacati, di alcuni anni or sono. Riproduco l’incipit dell’articolo di ieri per dedurne qualche considerazione.

Dice Ichino: “che brutto spettacolo quello dello sgombero della Innse di Lambrate, la gloriosa fabbrica della Lambretta alle porte di Milano, con le forze dell’ordine che per disposizione del giudice allontanano gli ultimi 49 lavoratori (dei 2.000 dei tempi d’oro) rimasti a difendere il posto con le unghie e coi denti! E’ mai possibile, dice sempre Ichino, che dopo mezzo secolo in cui  vicende di questo genere si sono susseguite sempre secondo lo stesso logoro schema, ancora non abbiamo imparato ad affrontare le crisi industriali con metodi un po’ più moderni?”

Eppoi continua:” Oggi la Innse, domani forse la Ideal Standard di Brescia, ieri cento altri casi analoghi, primo per importanza quello dell’Alfa  Romeo di Arese.  E’ sempre lo stesso copione: con il titolare che vuole chiudere lo stabilimento o ridurre l’attività, i lavoratori che vedono la prospettiva del licenziamento come una catastrofe economica e professionale, i loro rappresentanti sindacali che denunciano il carattere speculativo della manovra, ecc. ecc.”

Più in là sempre per la penna del prof. P: Ichino: “Se l’imprenditore è incapace o inaffidabile, sollecitare i lavoratori a rimanergli attaccati a tutti i costi equivale a condurli in un vicolo cieco”.

Tutte le volte che leggo uno scritto di P.Ichino mi tornano alla mente i tempi dell’università quando studiavo autori come Schein. Il concetto che mi rimase più impresso a quel tempo è stato il seguente: quando un lavoratore viene assunto da un’azienda a qualsiasi livello, stabilisce un contratto psicologico, basato sulla reciprocità. Come dire che a fronte delle proprie prestazioni il lavoratore riceve non solo uno stipendio, ma anche uno status symbol, si arricchisce professionalmente, riceve un’assistenza sanitaria, un accantonamento di denaro che riceverà quando andrà in pensione. Questo contratto è definito contratto di reciprocità. In inglese, Reciprocation. Se poi il lavoratore è bravo, si sa che può andarsene.

La stessa cosa non accade però in tempi di crisi grave come l’attuale. Ma Pietro Ichino fa riferimento a mezzo secolo di procedure che si reiterano senza essere state modificate e, soprattutto, senza ottenere alcuna inversione di tendenza. Vero è che apparentemente la vertenza Innse è stata risolta, ma siamo sicuri che sia stata risolta sulla base di reciprocità. Dove li mettiamo i condizionamenti dell’acqiorente?

Se le organizzazioni sindacali sanno solo stimolare i lavoratori a difendere le posizioni senza successo, perché  i lavoratori non ne traggono qualche conclusione?  Ad esempio, perché non si sostituiscono ai sindacati e sollecitano le riforme che presto o tardi dovranno essere fatte e che in altri paesi europei sono state attuate da anni? Forse un po’ di positività sarebbe utile anche agli stessi lavoratori . Se i lavoratori imponessero ai sindacati un atteggiamento positivo non dovrebbero assistere impotenti allo stillicidio di continui licenziamenti ed essere costretti a finire nel vicolo cieco citato da P. Ichino. Se è pur vero che non sempre gli imprenditori sono validi o affidabili, anche i lavoratori dovrebbero fare qualcosa. Dove è andata a finire la reciprocità? Senon prendono posizione, alla lunga, saranno sempre i lavoratori a soccombere e ad avere la peggio. P. Ichino fornisce molti suggerimenti pratici. Perché non tenerne conto? O leggersi qualche libro divulgativo di psicologia del lavoro, di psicologia industriale?

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